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Uso l'AI. E non ho intenzione di nasconderlo.

Nel rispetto dell’AI Act europeo, dal 2 agosto 2026 molti sistemi di intelligenza artificiale incorporano una filigrana impercettibile in ogni contenuto generato — che sia un testo, un’immagine, un audio o un video. È percepibile dalle macchine, non dall’occhio o dall’orecchio umano.

Eppure la prima reazione di molti è stata chiedersi come rimuoverla. Io invece mi sono chiesta perché dovrei farlo?

Uso sistemi di AI; li uso per elaborare idee, per trovare il modo più preciso di dire quello che ho in testa, per avere un interlocutore che mi metta alla prova quando sto ragionando su un tema complesso. Che si tratti di un testo, di un report, di un’analisi, di un visual o di un post social, il principio non cambia.

Alcuni contenuti nascono da miei spunti che l’AI sviluppa; altri nascono da una direzione editoriale che definisco io e che costruiamo "insieme". In entrambi i casi, il pensiero, il punto di vista, la scelta di cosa dire - e cosa non dire - sono miei.

La filigrana non sa distinguere tutto questo; non misura chi ha avuto l’idea, deciso l’angolazione, scelto di pubblicare. Registra solo che l’AI ha elaborato quel contenuto. Ed è una distinzione importante, perché usare l’AI come strumento di lavoro non è la stessa cosa che delegarle il pensiero.

C’è poi un’altra domanda interessante: se un cliente sa che uso l’AI, cosa cambia? Che voglia pagarmi di meno? Che contesti il valore o l’originalità del lavoro?

Se fosse così, il problema non sarebbe che utilizzo l’AI ma l’errata percezione del mio valore. Ovvero un’esperienza ultraventennale, un metodo, un punto di vista sul suo mercato.

Gli strumenti che uso per erogare quel valore sono una questione operativa, non contrattuale. Un avvocato non giustifica il software che usa per ricercare giurisprudenza. Un commercialista non elenca i gestionali con cui elabora le dichiarazioni. Perché un marketer dovrebbe?

Quello che un professionista deve garantire è la qualità del risultato e la responsabilità sui contenuti che consegna. E questo vale anche, e soprattutto, con l’AI: perché usarla male è più semplice che usarla bene. Fare le domande giuste, riconoscere quando la risposta è imprecisa o inapplicabile al contesto, mantenere una direzione editoriale coerente invece di accettare qualsiasi output: tutto questo richiede competenza.

Non è una scorciatoia ma un modo diverso di lavorare, che può produrre risultati migliori in meno tempo, se chi lo usa sa quello che sta facendo.

La trasparenza sull’uso dell’AI non è quindi una questione di filigrane o disclaimer. È una questione di posizionamento professionale.

Chi usa l’AI con consapevolezza e lo dichiara sta dicendo qualcosa di preciso su come lavora. Chi la usa e lo nasconde, o chi non la usa per principio senza chiedersi perché, sta facendo una scelta diversa.

Sono posizioni legittime ma non equivalenti: io ho scelto la prima. E questo contenuto, come molti altri, è stato realizzato esattamente così.

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